Gli adolescenti e il rischio

Competitività, bisogno di autoaffermazione, voglia di vivere al massimo il presente senza curarsi delle conseguenze. La domanda inevitabile che consegue ad ogni incidente o gesto assurdi, che ha quasi sempre come protagonista un adolescente o comunque un giovane, è sempre la stessa.

Perché? E, ancora, di chi è la colpa?

Fattori socio-culturali

La visione “bambinocentrica” che purtroppo risulta imperante in questo momento storico-sociale ha come dirette conseguenze da una parte un diffuso buonismo a livello istituzionale nei confronti della devianza minorile, e dall’altra (ancora peggio) un atteggiamento tendenzialmente assolutorio da parte della famiglia dell’autore del fatto. A ciò si aggiunge, come interlocutore dimenticato, il mondo mass mediatico, le cui leggi di mercato, spietate e inarrestabili, si affermano utilizzando un linguaggio che, a livello diretto o indiretto, incoraggia di fatto gli adolescenti alla trasgressione, in particolare trasmettendo loro l’intolleranza alla noia.

Fattori cognitivi e biologici

Dietro a generici atteggiamenti indicati come imprudenza, disattenzione, fatalità, legati in realtà all’esposizione volontaria al rischio ci sarebbero fattori bio-psicologici ben identificabili, attribuibili sia alla struttura cognitiva dell’individuo che a quella neurologica, come evidenziato da numerose ricerche. Dal punto di vista cognitivo esisterebbe un difetto nel processo decisionale, correlato a meccanismi errati di interpretazione e attribuzione della realtà (ad esempio nel possedere un locus of control interno che porta a considerarsi più forti di ogni altro elemento esterno).

Dal punto di vista del substrato biologico, invece, gli individui più soggetti a tali comportamenti mostrerebbero differenze individuali a livello delle Monoammino Ossidasi (MAO), a livello del sistema Mesolimbico Dopaminergico e nel livello dei Corticosteroidi; tali squilibri porterebbero alla ricerca di sensazioni ad esempio attraverso l’uso di alcool e di droghe, ma anche all’assunzione di comportamenti spericolati alla guida o in altre aree a rischio, senza che tali esperienze vengano in realtà percepite e considerate come rischiose.

Fattori comportamentali

Zuckerman ha descritto il comportamento di propensione al rischio di certi individui, soprattutto giovani e adloescenti, elaborando il concetto di “sensational seeking behaviour” (ovvero “ricerca del sensazionale”) misurabile su una apposita Scala fondata sulle seguenti dimensioni, corrispondenti a 4 sottoscale:

  1. DIS (Disinhibition), che corrisponde alla disinibizione, soprattutto a quella sociale;
  2. TAS (Thrill and Adventure Seeking), che corrisponde alla ricerca del brivido e dell’avventura attraverso sport non competitivi all’aperto o attività coinvolgenti elementi di rischio;
  3. ES ( Experience Seeking), che corrisponde alla ricerca di esperienza attraverso la mente e i sensi e uno stile di vita non convenzionale;
  4. BS ( Boredom Susceptibility), che corrisponde alla suscettibilità alla noia cioè la non piacevolezza di qualunque ripetizione di esperienza prevedibile e alla compagnia delle stesse persone.

All’interno di tale struttura comportamentale alcuni elementi e contesti presenti in natura sarebbero preferiti ad altri per praticare volontariamente la ricerca del sensazionale, oltre naturalmente al ricorso a prodotti elaborati dall’uomo (sostanze). Fra questi troviamo:

  • L’altezza
  • L’acqua
  • Il fuoco
  • La velocità
  • L’eccitazione sessuale (che porterebbe al sesso a rischio)
  • L’incertezza legata all’ignoto (responsabile del Gioco d’Azzardo)

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Le domande che i giovani non si fanno mai

C’è un elemento che accomuna tutti i comportamneti eccessivi che caratterizzano il periodo della adolescenza/giovinezza ai giorni attuali, ovvero la NON CONOSCENZA DI SE’. Questa carenza è tipicamente alla base di molte condotte giovanili aberranti, dove il disagio esistenziale viene eliminato o coperto in qualche modo (ad esempio attraverso la ricerca dello “sballo” a tutti i costi), piuttosto che affrontato per comprenderne i motivi. In questi casi il difetto non è da ricercarsi nell’intelligenza del soggetto nel senso tradizionale del termine (QI), quanto piuttosto nel grado di Intelligenza Emotiva, ovvero quell’insieme di abilità psicosociali cruciali per la nostra qualità di vita, che dovrebbero essere stimolate dall’ambiente, in particolare da quello familiare, dove si formano i prototipi relazionali.

Tali qualità risultano fortemente carenti nelle fasce giovanili, in quanto il loro sviluppo richiede tempo e rispetto della vita (propria e degli altri) nei suoi aspetti più semplici, svincolati dalle logiche dell’individualismo e del consumismo. Tali condizioni “ideali” si riscontrano sempre meno nella società di oggi, soprattutto fra i giovanissimi, i quali conoscono alla perfezione le differenze fra gli ultimi modelli di telefonino hi-tech ma sono incapaci di dare un nome alle proprie emozioni.

Così, quando ci si sente “giù di corda” in realtà non si è capaci di distinguere fra la tristezza, la noia, la rabbia o che altro; l’unica cosa certa è la volontà di eliminare questa spiacevole sensazione prima possibile, e le uniche “scorciatoie” possibili sono ben note: bere, drogarsi, impasticcarsi con psicofarmaci, assumere comportamenti compulsivi e rischiosi, etc…

In particolare i giovani con la tendenza a fuggire dalla realtà sarebbero incapaci di porsi le seguenti, banali domande:

  • Ho realmente bisogno di farlo?
  • Perchè mi sento triste o annoiato?
  • Il mio comportamento è in grado di ferire qualcuno, soprattutto se qualcuno a cui tengo?
  • Ho mai provato a risolvere il problema diversamente?
  • So quanto valgo?

La cosa più sconcertante resta il fatto che la paura di conoscere se stessi e di vivere semplicemente la propria vita per come si è continua ad essere di fatto maggiore della paura di morire.

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Il ritiro adolescenziale: l’Hikikomori

Viene dal Giappone, paese ipersviluppato e ultratecnologico, la forma più strutturata, grave e insidiosa di disturbo giovanile delle relazioni, denominata “Hikikomori” (che significa, appunto, “ritiro”).

Tale quadro comportamentale presenta precise e costanti caratteristiche le quali interesserebbero in particolare gli adolescenti, ma anche alcuni giovani adulti con problemi di adattamento. I soggetti hikikomori, secondo gli istituti giapponesi di osservazione del fenomeno, scelgono deliberatamente di condurre un’esistenza ritirata, solitamente all’interno della propria stanza, che diventa un micro-mondo autosufficiente. Tale forma di isolamento tuttavia, a differenza di altre ispirate al minimalismo e all’eremitismo ascetico, appare altamente correlata al progresso e alla tecnologia, che costituisce per questi soggetti l’unica forma di contatto con il resto del mondo e di attività. Essi trascorrono tutto il proprio tempo, la cui percezione risulta gravemente alterata, a contatto con un qualsiasi strumento tecnologico (videogiochi, TV, internet, lettori musicali), fatta eccezione per i momenti di consumo dei pasti e di sonno. Anche il ritmo biologico e circadiano risulta profondamente alterato, anche a causa del ridotto contatto con l’ambiente esterno, per cui notte e giorno possono venire scambiati in funzione della necessità degli hikikomori di non incontrare nessuno. Così, ad esempio, essi possono scegliere di uscire ad acquistare il necessario in lughi prescelti (grandi e anonimi centri commerciali) e in appositi orari (di notte). Ne deriva un grave impoverimento esistenziale, dove le uniche relazioni sono rappresentate dalle conoscenze in Internet, in cui si condividono le stesse idee e convinzioni distorte. Nei casi di ritiro più grave il comportamento del giovane può divenire simile ad una forma di autismo, dove si manifestano mutismo, immobilizzazione, distacco dalla realtà, incomunicabilità anche nei confronti delle figure di riferimento (genitori, familiari) che spesso vengono percepite come persecutorie in quanto colpevolizzanti nei loro confronti.

A tal proposito, giova ricordare che la creazione di un’etichetta per descrivere il fenomeno (analogamente a quanto è avvenuto in tempi recenti per il cosiddetto “bullismo”) rischia anche in questo caso di innescare un meccanismo di risucchiamento, una specie di “moda” sociale dove la denuncia di un fenomeno diviene in realtà il miglior modo di esaltarlo, producendo un effetto indesiderato di “proselitismo”. In effetti in Giappone le statistiche parlano di una percentuale di Hikikomori pari al 20% degli adolescenti dell’intero Paese.

Ma perchè proprio il Giappone? Quali sono le cause? E ci sono forme simili “importate” anche nella nostra cultura?

Se è vero che ogni comportamento è espressione dell’ambiente che lo ospita (vedi Psicologia Ambientale) è evidente che c’è qualcosa nel tessuto socio-culturale giapponese che produce “disadattamento” e difficoltà insormontabili di comunicazione. Del resto è innegabile che la vertiginosa crescita industrale e finanziaria del Giappone nel periodo contemporaneo abbia creato una violenta pressione sulla tradizione dando vita a numerose contraddizioni (società modernizzata, ricca e potente ma anche fragile e in crisi di identità, formale e impenetrabile). Tale pressione al progresso e al successo a tutti i costi si traduce automaticamente sulle aspettative riversate sulle nuove generazioni, le quali devono dimostrarsi all’altezza dei progetti della società.

L’eccesso di stimolazioni di ogni tipo, la difficoltà di comunicazione sociale unitamente all’illimitata disponibilità al progresso tecnologico, su cui va a incidere la probabile presenza di uno stressor forte appare una combinazione di fattori in grado di determinare risposte comportamentali devianti a livello sociale. L’hikikomori rappresenterebbe in tal senso una modalità di protesta silenziosa, una sorta di ammutinamento di massa, messo in atto da una generazione che si sente incompresa e rifiuta di assumersi delle responsabilità cui non si sente preparata. Talvolta si assiste anche a forme diverse di protesta, che da muta diviene “gridata”, esitando in modalità distruttive di comunicazione, come le stragi compiute da giovani del Sol Levante sull’emulazione di cartoni animati o video-game da cui risultano completamente assorbiti. Risulta difficile separare nettamente le matrici causali di questi fenomeni, solo apparentemente diversi; appare più opportuno collocarli su un medesimo continuum di disadattamento, dove ai diversi gradi di intensità corrispondono le diverse modalità con cui i soggetti manifestano la propria insofferenza allo stato di cose che li circonda. In questo senso, appare realistica l’ipotesi che anche nel contesto europeo possano esserci forme di disagio giovanile con aspetti parzialmente comuni al fenomeno Hikikomori. Dal punto di vista clinico infatti il comportamento di tipo borderline e ossessivo-compulsivo che caratterizza l’hikikomori non appare molto diverso da quello di giovani affetti da Gioco d’Azzardo Patologico o da Tecno-Dipendenze di vario tipo.

 

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