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Il caso Gianluca Lotti: l’omicidio di Massa e Cozzile

//Il caso Gianluca Lotti: l’omicidio di Massa e Cozzile
PSICOLOGIA
CRIMINOLOGIA

Il caso Gianluca Lotti: l’omicidio di Massa e Cozzile

Un altro efferato delitto torna a scuotere la cittadina di Montecatini Terme, rinomata meta per il turismo termale ma non estranea, negli ultimi anni, a sanguinari scenari delittuosi.

Non si sa moltissimo di Gianluca Lotti, 38 anni, pistoiese, se non attraverso la sua storia giudiziaria, iniziata nel 1998 con il barbaro omicidio della fidanzatina quando entrambi erano poco piu’ che ventennni. Era il compleanno di lei e dopo averle consegnato l’anello di fidanzamento durante una cenetta romantica, la massacro’ all’interno di un parco prima con un bastone finendola poi con una spranga di ferro. Il Lotti impiego’ meno di mezz’ora per passare dall’ “amore” alla morte. Verra’ condannato in primo grado a 24 anni, poi diminuiti in Appello con la seminfermita’ di mente a 16, trascorsi in parte in regime di detenzione carceraria a Prato e per il tempo restante all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, un luogo che raccoglie molte storie di insospettabili carnefici.

Decorsi i termini per la custodia, il Lotti, sottoposto a periodico riesame della pericolosita’ a cura dell’equipe psichiatrica, e’ approdato prima in una comunita’ psichiatrica, Le Querce di Firenze, una sorta di “via di mezzo” fra l’istituzione carceraria e la societa’, un limbo dove le anime dannate sostano nell’impossibilita’ di essere riaccolte dai propri familiari a causa della loro condizione, per poi passare ad una casa-famiglia affidata alle competenze del servizio psichiatrico territoriale, nella speranza di una possibilita’ di “riabilitazione” sociale. Ma questo e’ un orizzonte non per tutti, bisognerebbe saperlo.

A distanza di sedici anni, l’istinto di morte di Gianluca Lotti non ha smesso di gridare vendetta, illusoriamente sopito da una “esistenza” protetta da una fortezza e ovattata dalla terapia farmacologica, non paragonabile in alcun modo alla normale vita all’esterno, con ordinarie stimolazioni e frustrazioni. Infatti il nuovo “rientro” nel circuito sociale nell’ottobre scorso, nuovo step burocratico nella difficile gestione del suo destino, non ha mancato di offrire presto al giovane nuovi motivi per risvegliare il suo irreversibile malessere. Sono bastate delle banali richieste da parte di un ignaro compagno di stanza a scatenare la furia omicida del Lotti, che, come sedici anni prima, e’ passato con una freddezza agghiacciante dall’apparente normalita’ al piu’ incomprensibile dei massacri.

D’altra parte la mente malata ha la particolare caratteristica di produrre da se’ un movente per uccidere, anche laddove non esiste. Una catena logica nella sua illogicita’; prima quelle fastidiose richieste, vissute come “ordini” all’interno di quella convivenza al metro quadro; l’intolleranza, il crescente malessere, la rimuginazione, la fantasia di uccidere, quindi ad un certo punto il buio, la furia senza controllo, dodici colpi sferrati uno dietro l’altro; poi di nuovo la calma piatta, la freddezza, il silenzio, il ritorno al maniacale ordine, il bisogno della pulizia. Poi la chiamata alla polizia, a qualcuno cui affidarsi. Una criminodinamica che rispecchia una psicodinamica sottostante, ovvero “le istruzioni per l’uso” della sua mente. Qualcosa che forse, dopo venti anni di superperizie, visite specialistiche, colloqui, riesami, qualche esperto del comportamento umano avrebbe potuto intuire al di la’ delle astratte procedure burocratiche sulla pericolosita’ sociale.

Chissa’, viene da chiedersi, se qualcuno scrutando nella sua storia di vita si e’ preoccupato di evidenziare, nella cartella clinica di Gianluca Lotti, che egli prima di uccidere la fidanzata aveva sgozzato barbaramente il suo cucciolo di husky (dono dei familiari) e si era lanciato nel vuoto dal proprio appartamento, riportando gravi lesioni cerebrali pur evitando la morte. Chiari aspetti, scarsamente reversibili, di una psicopatia esordita in adolescenza, di cui sarebbe ora ancor piu’ interessante rinvenire le radici. E poi quella maniacalita’ ossessiva, la rigidita’ di una mente che ragiona in modo tutto/nulla, come un interruttore, facile da spezzarsi, incapace di quella flessibilita’ necessaria per la vita sociale. Impietosa era stata la sua diagnosi: psicosi maniacale in disturbo schizoide di personalità. Non una tonsillite.

La letteratura e’ generosamente chiara nel merito, alcune forme di grave psicopatologia come certi tipi di psicosi non prevedono alcuna guarigione, hanno un decorso cronico e il massimo risultato ottenibile e’ la compensazione del paziente con la terapia farmacologica da realizzarsi all’interno di una cornice contenitiva che al contempo preservi la dignita’ del soggetto malato. Per cornice contenitiva si deve intendere un contesto che non si limiti ad ottemperare rigidamente alle disposizioni previste dalla liberta’ vigilata quale istituto di legge, ma che impieghi un’elevata qualita’ delle risorse professionali in termini di conoscenze/competenze in grado di interpretare efficacemente la duplice funzione di custodia e di cura. Burocratizzare la sicurezza rischia di far perdere di vista la specificita’ di ogni singolo caso, laddove l’apparente ri-adattamento di un soggetto alla societa’ talvolta rappresenta piu’ il frutto della proiezione del desiderio di chi intende riabilitarlo che il reale stato delle cose.

19 gennaio 2014

2017-01-28T15:13:51+00:00 gennaio 28th, 2017|Blog|0 Commenti

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