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Criminologia relazionale

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PSICOLOGIA
CRIMINOLOGIA
Criminologia relazionale 2018-11-02T16:58:22+00:00

In questa sezione vengono analizzate le diverse tipologie di condotte criminose che hanno per denominatore comune le relazioni interpersonali.

La loro tipizzazione non è stabilita solo dalle fattispecie di reato contemplate dal codice penale, ma anche da una classificazione psico-criminologica, che vede le relazioni come il luogo principe dove nasce il movente per quella condotta criminosa.

 

Le relazioni distorte: lo stalking

La stessa etimologia del termine mutuata dal mondo animale (to stalk = “cacciare su appostamento, perseguitare”) dà conto degli aspetti più biechi ed istintuali della condotta di stalking, che raccoglie al suo interno diverse tipologie di comportamenti. La trasformazione di tali condotte in fattispecie penale (recentemente introdotta dal decreto-legge 23 febbraio 2009), oltre a gettare maggiore luce sul fenomeno riducendo il numero oscuro, ha attratto l’attenzione generale, portando le persone comuni ad una maggiore ricerca di informazioni in proposito, allo scopo di adottare accorgimenti e misure difensive anche a livello privato. Ma lo stalking è un insieme complesso di situazioni e comportamenti che non può essere facilmente compreso da chi, nella vita, non ha mai avuto a che fare con relazioni interpersonali insane o distorte; ed è proprio questo il genere di persona più facilmente esposta a divenire vittima di stalking, in ragione di una bontà d’animo e di un’ingenuità che spesso non permettono di fiutare il pericolo nascosto dietro le intenzioni altrui.

I comportamenti che qualificano la condotta di stalking sono diversi (molestia telefonica, appostamento, invio di lettere, tentativi di approccio fisico, etc..) e, nella maggior parte dei casi, legati temporalmente fra loro, costituendo un iter progressivo durante il quale il persecutore, lo stalker, sperimenta un’escalation emozionale che non riesce ad interrompere fino all’appagamento finale (spesso coincidente con un esito nefasto per la vittima).

Tuttavia lo stalking, prima ancora che una fattispecie giuridica, è un fenomeno clinico complesso che accomuna situazioni completamente diverse fra loro. A livello interpretativo la maggiore difficoltà sta nel riuscire a descrivere con un’etichetta statica (stalking) una situazione che in realtà è altamente dinamica e in continua evoluzione. Sono pochi infatti i casi in cui il reato di stalking avviene al di fuori di una relazione o di un rapporto di conoscenza già esistente fra due persone (specificamente fra vittima e autore). Si tratta, ad esempio, dei tipici casi di fan di personaggi pubblici ossessionati dal contatto con i propri idoli; in queste situazioni (peraltro rare) è rinvenibile però un serio disturbo psichiatrico alla base della condotta di stalking e le misure preventive sono completamente diverse da quelle adottabili in tutti gli altri casi. Nella maggior parte dei casi rubricati come stalking alla luce delle nuove norme, studiando a fondo il caso ci si accorge che fra i due attori coninvolti esiste una relazione patologica e disfunzionale, la quale in mancanza di soluzione esita in comportamenti estremi dettati dall’esasperazione di tale dinamiche. In particolare lo stalking costituirebbe una forma patologica di comunicazione, all’interno della quale entrambi i comunicanti svolgerebbero un ruolo chiave nella precipitazione degli eventi. Pertanto è più che mai opportuno evitare semplificazioni e/o banalizzazioni di questa condotta (incoraggiate dalla “moda giuridica” del momento) leggendo il fenomeno soltanto attraverso le rigide griglie interpretative dell’ideologia dominante, rischiando così di compiere errori di valutazione scientifica. In tale ottica è bene ricordare che le vittime dello stalking non sono solo le donne ma anche gli uomini e che la minor prevalenza di questi ultimi nelle stime ufficiali è data anche dalla minore tendenza dell’uomo a denunciare, preferendo altre strategie di contrasto. Stabilire infatti, già a priori, chi è il carnefice e chi la vittima non soltanto costituisce forma di pregiudizio sociale ma risulta antistrategico contribuendo ad inasprire ulteriormente il modello di relazione uomo-donna, dentro o fuori ad un contesto familiare.

 

Eziologia clinica

In una prospettiva prettamente clinica dello stalking, difficile individuare un’età d’esordio specifica e isolare un fattore scatenante dello stalking, che, dal punto di vista psicologico-clinico, rappresenta una sindrome dove si possono rintracciare sia un discontrollo degli impulsi, sia un disturbo della personalità, sia aspetti gravemente deficitari nell’area affettiva. Possiamo comunque pensare, in base a dati e stime ufficiali oltre che a testimonianze dirette, che lo stalking sia un comportamento che esordisce nella prima età adulta (intorno ai 25 anni), in concomitanza con lo svilupparsi dei disturbi di personalità, in ragione degli aspetti specifici che lo caratterizzano e che difficilmente appartengono alle esperienze dell’adolescenza. Essi sono:

  • aver sperimentato ripetutamente frustrazione nei rapporti interpersonali
  • aver già avuto almeno un’esperienza fallimentare con una persona significativa
  • aver avuto poche amicizie autentiche o essere stati al di fuori del giro delle amicizie durante l’adolescenza
  • continuare a vivere o a dipendere da una figura adulta di riferimento con cui si ha un legame morboso/conflittuale
  • prediligere la vita solitaria e non avere figure alternative di sostegno intorno a sè per incapacità o impossibilità (fratelli, colleghi, etc..)
  • aver sviluppato qualche hobby particolare o dipendenza

 

Il delitto di Sesto

Omicidio Sesto Fiorentino: le relazioni pericolose

 

 

I cosiddetti “moventi passionali”

Gelosia o vendetta, ossessione d’amore o senso di inadeguatezza…Al di sotto del cosiddetto e generico “movente passionale” si celano motivazioni diverse e altamente soggettive, la cui analisi è in grado di rilevare preziose informazioni a livello criminologico e investigativo. Dall’osservazione dei casi criminali al centro della cronaca nera ci si può facilmente rendere conto come oggi una percentuale altissima di crimini trovi la sua matrice all’interno delle relazioni interpersonali, vissute in modo gravemente distorto. Alla base di tali dinamiche ci sarebbe una serie molto complessa di fattori, a partire da quelli socio-culturali e di costume, con particolare riferimento ai repentini e drastici mutamenti dei ruoli e dei contesti familiari, non accompagnati da un’adeguata consapevolezza e capacità di gestione delle criticità. Basta un niente per mettere in crisi una relazione e l’incapacità a tollerare la frustrazione rende immediato il passaggio all’atto (acting out), spesso con esiti distruttivi, secondo la logica del “tutto o nulla”.

 

Omicidio-suicidio per vendetta

Omicidio Piattelli

21 Gennaio 2010 – Quando un licenziamento non si dimentica: leggi articolo su delitto di Montecatini

 

 

Patologie familiari

Relazioni morbose incomprese e segreti familiari

Sarah Scazzi

 

 

Omicidio – suicidio

Se non fosse per il fatto che ormai casi come questi sono diventati una specie di macabra moda, l’istinto naturale, almeno fino a poco tempo fa, ci avrebbe fatto rimanere increduli di fronte ad un padre che massacra i propri figli, rifiutando che ciò sia realmente accaduto perchè queste scene le abbiamo sempre e solo associate ai film di Dario Argento, dove addirittura alcune sceneggiature ci sembravano esagerate e irrealistiche. Ci piacerebbe che fosse così. Ma come la realtà diventa finzione anche la finzione sta divenendo sempre più realtà; senza bisogno di scomodare la retorica, basta aprire gli occhi. E’ finito il tempo in cui si considerava la vita come qualcosa di certo e immutabile, non scalfibile dalla morte. La vita di oggi è sempre più appesa ad un filo; si muore per strada, si muore per errore, si muore perchè si è nel posto sbagliato al momento sbagliato, si muore per un ubriaco che in un soffio cancella una vita di soddisfazioni e sacrifici, si muore per mano di chi ci ama.

 

LE DOMANDE

E allora le domande sgorgano come un fiume, a partire da quella più scottante, irrimandabile, quella che urge una risposta certa perchè la collettività possa dormire sonni tranquilli. Queste famiglie derelitte, teatro di massacri quotidiani (ogni giorno ne accade uno in qualche parte del Paese) sono da considerarsi NORMALI oppure no?

E che differenza c’è fra APPARENTEMENTE NORMALI e NORMALI veramente?

E ancora, è possibile che non vi siano SEGNALI in grado di fare anche solamente preoccupare (se non presagire, quella è roba da fiction) chi appartiene o è vicino a questi nuclei familiari disgraziati?

Posssibile che si sia arrivati ad un tale GRADO DI SOLITUDINE?

E in presenza di un DISTURBO PSICHICO accertato di un membro della famiglia, si può capire quali quadri patologici sono più a rischio?

 

LE RISPOSTE

Le risposte sono molto meno rapide e più complesse delle domande, essendo impossibile isolare e identificare un unico fattore come causa determinante dei casi di omicidio-suicidio. L’ampia casistica degli studi realizzati sull’argomento non sembra essere sufficiente a comprendere fino in fondo il fenomeno, le cui origini trovano comunque un fondamento nella natura degli affetti.

Al di sotto, infatti, del generico e cosiddetto movente, che si utilizza per individuare una fattispecie delittuosa comune a diverse situazioni, sussistono motivazioni profonde che possono essere molto personali, appartenenti a chi commette il crimine o anche alla vittima, pertanto destinate spesso a rimanere sconosciute.

Una serie di considerazioni è utile a chiarire l’idea di apparente normalità:

  • Innanzitutto è necessario specificare che la “normalità” di un soggetto non può essere valutata in alcun modo dall’apparenza, e questo è la prima fonte di errore popolare, quello che fa credere il senso comune di poter conoscere le persone che vediamo o incontriamo in base ad una breve prima impressione; essa in realtà rappresenta solo una fotografia “statica” della persona in oggetto, che non dice assolutamente nulla sul suo comportamento abituale, nè tanto meno sul suo funzionamento psichico, che rappresentano aree dinamiche del soggetto.
  • Molte persone, la maggior parte, intavolano una vita sociale con gli altri sulla base di “luoghi comuni”, ovvero attraverso lo scambio di contenuti socialmente condivisi e convenzionali, i quali rendono le persone apparentemente simile e omologate, soprattutto i membri di una stessa comunità territoriale. I LUOGHI COMUNI nascondono le differenze individuali, impedendo la conoscenza approfondita degli altri.
  • All’interno del nucleo familiare, sempre più attraversato da logiche di tipo economico e dalla fugacità delle occasioni di autentica comunicazione, nel tempo si può avere una lenta erosione dei rapporti, fino all’estraneità domestica, senza che, peraltro, le altre persone al di fuori ne vengano a conoscenza.
  • Le risposte soggettive alla frustrazione sono sempre più improntate alla logica del TUTTO/NULLA, pertanto di fronte alla disperazione e a periodi particolarmente difficili in cui non si riesce a sopportare il peso delle responsabilità (anche familiari) la reazione di un qualsiasi soggetto è più facilmente estrema e risolutiva, piuttosto che sfumata e filtrata dall’elaborazione critica.
  • Alcune forme di disagio mentale possono attraversare l’esistenza di una persona senza segni e manifestazioni particolarmente evidenti, alimentandosi pian piano nel tempo fino a sfociare in ciò che viene indebitamente definito “raptus”, ma che in realtà rappresenta il punto di rottura di un equilibrio lentamente minato dall’interno.

Fra le ipotesi sulle motivazioni individuali maggiormente chiamate in causa, che è possibile confermare attraverso la testimonianza di autori di tali condotte sopravvissuti ai tentativi di suicidio, una delle più plausibili richiama lo stile di attaccamento dell’autore, derivante dalle primissime esperienze infantili del soggetto con le figure parentali.

Lo stile di attaccamento di un individuo dipende dal modo in cui viene trattato dal caregiver (Bowlby, 1988) e su queste interazioni si struttura uno tra i quattro stili attualmente riconosciuti: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente, disorientato disorganizzato.

  • Nell’attaccamento sicuro, la sicurezza dell’accessibilita’ materna rende il bambino tranquillo nello spingersi ad esplorare le novità. Le persone con attaccamento sicuro sono ragionevolmente sicure delle proprie capacita’ di risolvere i problemi e per questo tendono a testare le proprie ipotesi per eliminare quelle errate. Nelle relazioni adulte si comportano in maniera equilibrata, alternando vicinanza e allontanamento.
  • I bambini con attaccamento insicuro-evitante hanno sperimentato piu’ volte la difficolta’ ad accedere alla figura di attaccamento e hanno imparato progressivamente a farne a meno, concentrandosi sul mondo inanimato piuttosto che sulle persone. Le persone con questo tipo di attaccamento si comportano come se gli altri non esistessero. Da adulti utilizzano strategie relazionali basate prevalentemente sul distacco.
  • I bambini con attaccamento insicuro-ambivalente, avendo sperimentato l’imprevedibilita’ della figura di attaccamento, tentano di mantenere con lei una vicinanza strettissima, rinunciando a qualsiasi movimento esplorativo autonomo. A livello cognitivo, per evitare l’imprevedibilita’, si muovono soltanto nel conosciuto, da cui sia bandita ogni novita’. Nella relazione in età adulta tendono alla vicinanza serrata e alla manipolazione.
  • L’attaccamento disorganizzato-disorientato si realizza quando la figura di attaccamento e’ sperimentata come minacciosa. Il caregiver e’ spaventato / spaventante. Il bambino e’ portato a leggere sul volto della figura di attaccamento se nell’ambiente esistano pericoli oppure no; nel caso della madre spaventata/spaventante egli riceve costantemente un messaggio di pericolo, e poiche’ non trova nell’ambiente alcun motivo che lo confermi, la madre diventa fonte di minaccia. Pertanto la modalità adulta di relazionarsi sarà quella di attacco / difesa / congelamento.

Ognuno di questi stili determinerà a sua volta il modello operativo interno dell’adulto, guidando i futuri comportamenti di attaccamento (compresa la capacità di tolleranza all’abbandono).

Ne deriva che alcuni soggetti (in particolare quelli con attaccamento insicuro-ambivalente) presentano sul piano relazionale maggiori difficoltà rispetto ad altri nella gestione dei rapporti interpersonali e dei normali problemi che essi comportano. Tali criticità tendono a diventare insormontabili di fronte ad eventi particolarmente rilevanti, che sono in grado di scuotere un equilibrio preesistente (ad esempio una separazione o divorzio, un lutto, un abbandono, un licenziamento, un grave incidente, etc..). In questi soggetti l’idea di poter perdere il controllo della situazione e delle persone che ne fanno parte può risultare così inaccettabile da scatenare reazioni paradossali per evitare un reale o immaginario abbandono.

 

Disturbi adolescenziali delle relazioni: l’Hikikomori

Viene dal Giappone, paese ipersviluppato e ultratecnologico, la forma più strutturata, grave e insidiosa di disturbo giovanile delle relazioni, denominata “HIKIKOMORI” (che significa, appunto, “ritiro”).

Tale quadro comportamentale presenta precise e costanti caratteristiche le quali interesserebbero in particolare gli adolescenti, ma anche alcuni giovani adulti con problemi di adattamento. I soggetti hikikomori, secondo gli istituti giapponesi di osservazione del fenomeno, scelgono deliberatamente di condurre un’esistenza ritirata, solitamente all’interno della propria stanza, che diventa un micro-mondo autosufficiente. Tale forma di isolamento tuttavia, a differenza di altre ispirate al minimalismo e all’eremitismo ascetico, appare altamente correlata al progresso e alla tecnologia, che costituisce per questi soggetti l’unica forma di contatto con il resto del mondo e di attività. Essi trascorrono tutto il proprio tempo, la cui percezione risulta gravemente alterata, a contatto con un qualsiasi strumento tecnologico (videogiochi, TV, Internet, lettori musicali), fatta eccezione per i momenti di consumo dei pasti e di sonno. Anche il ritmo biologico e circadiano risulta profondamente alterato, anche a causa del ridotto contatto con l’ambiente esterno, per cui notte e giorno possono venire scambiati in funzione della necessità degli hikikomori di non incontrare nessuno. Così, ad esempio, essi possono scegliere di uscire ad acquistare il necessario in lughi prescelti (grandi e anonimi centri commerciali) e in appositi orari (di notte). Ne deriva un grave impoverimento esistenziale, dove le uniche relazioni sono rappresentate dalle conoscenze in Internet, in cui si condividono le stesse idee e convinzioni distorte. Nei casi di ritiro più grave il comportamento del giovane può divenire simile ad una forma di autismo, dove si manifestano mutismo, immobilizzazione, distacco dalla realtà, incomunicabilità anche nei confronti delle figure di riferimento (genitori, familiari) che spesso vengono percepite come persecutorie in quanto colpevolizzanti nei loro confronti.

A tal proposito, giova ricordare che la creazione di un’etichetta per descrivere il fenomeno (analogamente a quanto è avvenuto in tempi recenti per il cosiddetto “bullismo”) rischia anche in questo caso di innescare un meccanismo di risucchiamento, una specie di “moda” sociale dove la denuncia di un fenomeno diviene in realtà il miglior modo di esaltarlo, producendo un effetto indesiderato di “proselitismo”. In effetti in Giappone le statistiche parlano di una percentuale di Hikikomori pari al 20% degli adolescenti dell’intero Paese.

Ma perchè proprio il Giappone? Quali sono le cause? E ci sono forme simili “importate” anche nella nostra cultura?

Se è vero che ogni comportamento è espressione dell’ambiente che lo ospita (vedi Psicologia Ambientale) è evidente che c’è qualcosa nel tessuto socio-culturale giapponese che produce “disadattamento” e difficoltà insormontabili di comunicazione. Del resto è innegabile che la vertiginosa crescita industrale e finanziaria del Giappone nel periodo contemporaneo abbia creato una violenta pressione sulla tradizione dando vita a numerose contraddizioni (società modernizzata, ricca e potente ma anche fragile e in crisi di identità, formale e impenetrabile). Tale pressione al progresso e al successo a tutti i costi si traduce automaticamente sulle aspettative riversate sulle nuove generazioni, le quali devono dimostrarsi all’altezza dei progetti della società.

L’eccesso di stimolazioni di ogni tipo, la difficoltà di comunicazione sociale unitamente all’illimitata disponibilità al progresso tecnologico, su cui va a incidere la probabile presenza di uno stressor forte appare una combinazione di fattori in grado di determinare risposte comportamentali devianti a livello sociale. L’hikikomori rappresenterebbe in tal senso una modalità di protesta silenziosa, una sorta di ammutinamento di massa, messo in atto da una generazione che si sente incompresa e rifiuta di assumersi delle responsabilità cui non si sente preparata. Talvolta si assiste anche a forme diverse di protesta, che da muta diviene “gridata”, esitando in modalità distruttive di comunicazione, come le stragi compiute da giovani del Sol Levante sull’emulazione di cartoni animati o video-game da cui risultano completamente assorbiti. Risulta difficile separare nettamente le matrici causali di questi fenomeni, solo apparentemente diversi; appare più opportuno collocarli su un medesimo continuum di disadattamento, dove ai diversi gradi di intensità corrispondono le diverse modalità con cui i soggetti manifestano la propria insofferenza allo stato di cose che li circonda. In questo senso, appare realistica l’ipotesi che anche nel contesto europeo possano esserci forme di disagio giovanile con aspetti parzialmente comuni al fenomeno Hikikomori. Dal punto di vista clinico infatti il comportamento di tipo borderline e ossessivo-compulsivo che caratterizza l’hikikomori non appare molto diverso da quello di giovani affetti da Gioco d’Azzardo Patologico o da Tecno-Dipendenze di vario tipo.

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