Nell'attaccamento sicuro, la sicurezza dell'accessibilita' materna rende il bambino tranquillo nello spingersi ad esplorare le novità. Le persone con attaccamento sicuro sono ragionevolmente sicure delle proprie capacita' di risolvere i problemi e per questo tendono a testare le proprie ipotesi per eliminare quelle errate. Nelle relazioni adulte si comportano in maniera equilibrata, alternando vicinanza e allontanamento.
I bambini con attaccamento insicuro-evitante hanno sperimentato piu' volte la difficolta' ad accedere alla figura di attaccamento e hanno imparato progressivamente a farne a meno, concentrandosi sul mondo inanimato piuttosto che sulle persone. Le persone con questo tipo di attaccamento si comportano come se gli altri non esistessero. Da adulti utilizzano strategie relazionali basate prevalentemente sul distacco.
I bambini con attaccamento insicuro-ambivalente, avendo sperimentato l'imprevedibilita' della figura di attaccamento, tentano di mantenere con lei una vicinanza strettissima, rinunciando a qualsiasi movimento esplorativo autonomo. A livello cognitivo, per evitare l'imprevedibilita', si muovono soltanto nel conosciuto, da cui sia bandita ogni novita'. Nella relazione in età adulta tendono alla vicinanza serrata e alla manipolazione.
L'attaccamento disorganizzato-disorientato si realizza quando la figura di attaccamento e' sperimentata come minacciosa. Il caregiver e' spaventato/spaventante. Il bambino e' portato a leggere sul volto della figura di attaccamento se nell'ambiente esistano pericoli oppure no; nel caso della madre spaventata/spaventante egli riceve costantemente un messaggio di pericolo, e poiche' non trova nell'ambiente alcun motivo che lo confermi, la madre diventa fonte di minaccia. Pertanto la modalità adulta di relazionarsi sarà quella di attacco/difesa/congelamento.
IL CARCERE DEI FAMOSI
Pietro Maso e le altre espressioni paradossali della Giustizia
Non solo Maso.
Pietro maso, sterminatore della propria famiglia, il cui caso è tornato alla ribalta in questi giorni, come sempre accade, in ragione della decorrenza dei termini per la concessione del beneficio della semilibertà, rappresenta in realtà una schiera molto numerosa di altri casi (fra cui si annoverano Ferdinando Carretta, Angelo Izzo, oltre ad altri assolutamente non-famosi, vedi Gianfranco La Petina, uxoricida prosciolto per vizio totale di mente, ma in perfetto possesso delle proprie capacità) di fronte ai quali la Giustizia si è espressa in direzioni giudicate unanimemente come illogiche, sulla base di meccanismi applicati spesso anche in maniera difforme fra caso e caso. Inevitabilmente ciò non ha potuto non sollevare incredulità a livello di collettività e senso comune.
La questione nasce innanzitutto dall'INCOMPATIBILITA' fra linguaggio e mandato giuridici e linguaggio e aspettative sociali.
Le decisioni prese dagli organi di Giustizia (basate sulla logica bianco/nero) prevedono il ricorso a precise categorie e fattispecie che mal si adattano ad una realtà sociale fatta di sfumature e di variabilità. In pratica legge e cittadino dialogano attraverso i codici ma non tutto il comportamento umano è spiegabile e descrivibile attraverso i capitoli e gli articoli di legge (ciò rappresenta l'elemento base del possibile errore giudiziario di tipo positivo o negativo). Esempio fulgido di tale meccanismo tortuoso è rappresentato proprio dal ricorso alle categorie dell' imputabilità e del vizio di mente come tentativo di spiegare condotte delittuose senza un apparente movente attribuendole ad un qualche "difetto" dell'autore. Si pone però il delicatissimo compito di valutare e quantificare tale difetto, che, poichè appartenente al fattore umano con tutte le sue sfumature, risulta notevolmente arduo da definire staticamente. Ne derivano non soltanto una serie di speculazioni provenienti da ogni dove (fra cui l'esposizione mediatica per la quale criminali viziati o meno di mente diventano personaggi FAMOSI) volte ad allungare i tempi e le modalità del percorso giudiziario, ma anche molte decisioni contraddittorie e fallaci basate su tentativi di valutazione psico-comportamentale del soggetto autore di reato. Oltre infatti alle suddette difficoltà insite nel procedimento di valutazione in sè, si aggiungono poi tutte le questioni giuridiche associate all'impianto difensivo dell'imputato, le quali da sè possono influenzare non poco il processo decisionale; la maggior parte delle argomentazioni difensive, infatti, punta alla dimostrazione del vizio di mente dell'assistito al fine del proscioglimento totale o parziale, spesso riuscendo ad ottenerla con buona pace dell'opinione pubblica e del mondo sociale, nonchè del sapere scientifico, quasi sempre in disaccordo.
Altra questione spinosa è il rapporto della giustizia con i media, ovvero la cosiddetta Giustizia-spettacolo. In base all'esposizione mediatica, sembra che i casi e le tipologie di reati esistenti siano soltanto quelli che appaiono maggiormente (in base a logiche utilitaristiche svincolate dalla reale valenza del fatto) mentre resta un enorme ignoranza su un sommerso molto più variegato che segue percorsi anche molto diversi da quelli di cui si discute nei salotti televisivi. Così si assiste progressivamente alla formazione di due nuove categorie di criminali: quelli famosi (per i quali il contatto con la Giustizia è coinciso con la notorietà e la ricchezza) e quelli non famosi, i quali conoscono solo gli aspetti più abbietti e poveri del carcere, spesso confrontando la propria condizione di anonimato con quella dei compagni "celebri", di fatto non compiendo alcuna revisione critica del proprio reato.


OMICIDIO-SUICIDIO: le domande e i perchè

27 settembre 2008 - Pisa: uccide i figli a martellate e si dà fuoco
Se non fosse per il fatto che ormai casi come questi sono diventati una specie di macabra moda, l'istinto naturale, almeno fino a poco tempo fa, ci avrebbe fatto rimanere increduli di fronte ad un padre che massacra i propri figli, rifiutando che ciò sia realmente accaduto perchè queste scene le abbiamo sempre e solo associate ai film di Dario Argento, dove addirittura alcune sceneggiature ci sembravano esagerate e irrealistiche. Ci piacerebbe che fosse così. Ma come la realtà diventa finzione anche la finzione sta divenendo sempre più realtà; senza bisogno di scomodare la retorica, basta aprire gli occhi. E' finito il tempo in cui si considerava la vita come qualcosa di certo e immutabile, non scalfibile dalla morte. La vita di oggi è sempre più appesa ad un filo; si muore per strada, si muore per errore, si muore perchè si è nel posto sbagliato al momento sbagliato, si muore per un ubriaco che in un soffio cancella una vita di soddisfazioni e sacrifici, si muore per mano di chi ci ama.
LE DOMANDE
E allora le domande sgorgano come un fiume, a partire da quella più scottante, irrimandabile, quella che urge una risposta certa perchè la collettività possa dormire sonni tranquilli. Queste famiglie derelitte, teatro di massacri quotidiani (ogni giorno ne accade uno in qualche parte del Paese) sono da considerarsi NORMALI oppure no?
E che differenza c'è fra APPARENTEMENTE NORMALI e NORMALI veramente?
E ancora, è possibile che non vi siano SEGNALI in grado di fare anche solamente preoccupare (se non presagire, quella è roba da fiction) chi appartiene o è vicino a questi nuclei familiari disgraziati?
Posssibile che si sia arrivati ad un tale GRADO DI SOLITUDINE?
E in presenza di un DISTURBO PSICHICO accertato di un membro della famiglia, si può capire quali quadri patologici sono più a rischio?
LE RISPOSTE
Le risposte sono molto meno rapide e più complesse delle domande, essendo impossibile isolare e identificare un unico fattore come causa determinante dei casi di omicidio-suicidio. L'ampia casistica degli studi realizzati sull'argomento non sembra essere sufficiente a comprendere fino in fondo il fenomeno, le cui origini trovano comunque un fondamento nella natura degli affetti.
Al di sotto, infatti, del generico e cosiddetto movente, che si utilizza per individuare una fattispecie delittuosa comune a diverse situazioni, sussistono motivazioni profonde che possono essere molto personali, appartenenti a chi commette il crimine o anche alla vittima, pertanto destinate spesso a rimanere sconosciute.
Fra le ipotesi sulle motivazioni maggiormente chiamate in causa, che è possibile confermare attraverso la testimonianza di autori di tali condotte sopravvissuti ai tentativi di suicidio, una delle più plausibili richiama lo stile di attaccamento dell'autore, derivante dalle primissime esperienze infantili del soggetto con le figure parentali.
Lo stile di attaccamento di un individuo dipende dal modo in cui viene trattato dal caregiver (Bowlby, 1988) e su queste interazioni si struttura uno tra i quattro stili attualmente riconosciuti: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente, disorientato disorganizzato.
Ognuno di questi stili determinerà a sua volta il modello operativo interno dell'adulto, guidando i futuri comportamenti di attaccamento (compresa la capacità di tolleranza all'abbandono).
Ne deriva che alcuni soggetti (in particolare quelli con attaccamento insicuro-ambivalente) presentano sul piano relazionale maggiori difficoltà rispetto ad altri nella gestione dei rapporti interpersonali e dei normali problemi che essi comportano. Tali criticità tendono a diventare insormontabili di fronte ad eventi particolarmente rilevanti, che sono in grado di scuotere un equilibrio preesistente (ad esempio una separazione o divorzio, un lutto, un abbandono, un licenziamento, un grave incidente, etc..). In questi soggetti l'idea di poter perdere il controllo della situazione e delle persone che ne fanno parte può risultare così inaccettabile da scatenare reazioni paradossali per evitare un reale o immaginario abbandono.

Allarme stupri: si interroghi il magico mondo dei media
E' inevitabile che la somma e la ripetizione continua di notizie riguardanti casi di violenza carnale (individuale o di gruppo) ai danni delle donne determini nella popolazione un'onda d'urto fatta di sdegno, condanna e paura, che produce come effetto collaterale una sovrastima del fenomeno, che risulta notoriamente più elevata del reale rischio di vittimizzazione.
Tale forma di distorsione, che non è la sola a nascere ed alimentarsi nel contesto mediatico, se da una parte induce le persone ad assumere comportamenti più accorti a livello individuale, dall'altra rischia di "assuefare" la collettività a vissuti, sensazioni, e contenuti così estremi, al punto da scoraggiare la ricerca delle cause e delle soluzioni al problema laddove andrebbero cercate, ovvero proprio a livello sociale. In altre parole, si invita a concentrarsi sugli atteggiamenti personali come forma di prevenzione, trascurando completamnete quelle che sono le ragioni profonde del fenomeno e i suoi fattori di mantenimento nel tessuto sociale, come, primo fra tutti, il consumo ininterrotto di una cultura mercificatrice della donna ad opera del circuito mediatico. Anche ad uno sguardo profano è facile rendersi conto come l'offerta del corpo femminile sia sempre più massificata e onnipresente, quale prioritaria se non unica argomentazione utilizzata in ogni contesto per attrarre utenza (dagli spot pubblicitari al commercio on line, dai programmi spazzatura della TV al cinema, dalle copertine delle riviste ai calendari). Da una forma di comunicazione così diretta, massiva, e incessante non si salvano neanche i bambini, che già in precocissima età entrano in contatto con contenuti e immagini di cui non colgono appieno (come normale che sia) il significato.
Gli effetti di tale "sovraccarico" agiscono indirettamente sul livello di disimpegno morale della società, che assuefacendosi ad una cultura di mercificazione tende ad alzare sempre più il tiro, imponendo sempre maggiori livelli di trasgressione per poter mantenere alta l'attenzione del consumatore, per un meccanismo analogo a quello che regola altri comportamenti di abuso e dipendenza.

Il bravo ragazzo di famiglia si trasforma in lupo mannaro
Viene definito (e creduto) da tutti come un "bravo ragazzo"; il suo profilo appare evidentemente nella "normalità" per la maggior parte di coloro che lo conoscono, familiari, vicini di casa, conoscenti. Forse perchè è iscritto all'università, appartiene ad una famiglia borghese, è pulito e ordinato, non bestemmia, si veste bene e non bighellona. All'apparenza è il classico tipo affidabile. E allora dov'è l'inganno?
Il problema è che viviamo in una società che sta diventando "schizofrenica", utilizzando un termine mutuato dalla psicologia clinica per indicare una scissione netta all'interno della medesima personalità, favorita da una comunicazione interpersonale di tipo paradossale (i cosiddetti "doppi messaggi"). L'ambiente sociale è attualmente infarcito di messaggi paradossali (ad esempio la condanna morale di alcuni comportamenti contemporaneamente alla diffusione di contenuti molto trasgressivi, etc...); tale bombardamento di stimolazioni e informazioni contraddittorie tende a produrre follia in un sempre crescente numero di persone, soprattutto in presenza di altri elementi di criticità (disimpegno morale, famiglia deresponsabilizzante, disagio psicologico, etc...)
La scissione si manifesta così in forme di "camaleontismo sociale", ovvero nell'assumere personalità dall'apparenza ben adattata e addirittura desiderabile (uno Pseudo Sè integrato e socialmente ineccepibile), per poi celare al suo interno un vero Sè dalle tendenze negative e distruttive, che funziona ad un livello più primitivo della personalità.
Ciò permette a molti soggetti di avere l'appellativo di "bravo ragazzo" e di vivere normalmente all'interno dei contesti sociali, dove regna sovrana la superficialità e la conoscenza pret-a-porter e dove per l'uomo della strada è praticamente impossibile riconoscere un soggetto disturbato fra tanti. Poi succede qualcosa che rompe il delicato equilibrio psichico così faticosamente mantenuto e improvvisamente il "bravo ragazzo" diviene l'aguzzino di Arancia Meccanica in preda ai suoi istinti più biechi, trasfigurato nel suo comportamento, facendosi forte del proprio gruppo di seguaci.
La cronaca è ormai tristemente piena di casi di violenza di gruppo compiuta da giovani dalla faccia pulita, e in fondo la storia del massacro del Circeo non appare poi così lontana nel tempo.
31 luglio 2008 - Firenze: in 7 stuprano una giovane alla Fortezza da Basso

La tragica storia di Federica Squarise
L'estero si conferma fonte di rischio, oltre che di anelati momenti di gioia, evasione e riposo, per i turisti italiani e, forse ancora di più, per le donne.
Ormai non è più un giallo la scomparsa e poi la conferma dell'omicidio della 23enne Federica Squarise a Lloret de Mar; da mercoledì 9 luglio il suo presunto assassino ha un volto e un nome, neanche troppo rassicurante, giacchè si fa chiamare ed è meglio conosciuto come "el Gordo" , descritto come un soggetto rozzo, goffo, decisamente in distonia con l'immagine più fine e borghese di Federica. Le circostante in cui è maturata la triste vicenda, a cominciare dalle modalità con cui è avvenuto l'incontro e la conoscenza fra i due (come normalmente succede nella spensieratezza del clima vacanziero), ripropongono ancora di più il dubbio sconfortante che si tratta di una situazione talmente ordinaria da sospettare che possa accadere a chiunque.
Possibile che situazioni e persone apparentemente "normali" possano trasformarsi improvvisamente in un film dell'orrore per chi le sta vivendo? Non esistono segni premonitori in grado di far intuire qualcosa che non va o magari solo destare preoccupazione? Oppure il delirio collettivo è tale da coprire qualsiasi manifestazione "anormale" di divertimento, considerata molto banalmente come "trasgressione"?? Dove sta il confine fra trasgressione vacanziera e rischio? E, ancora, perchè uno stretto legame di sincera amicizia non riesce a proteggere una persona da una conoscenza avventata e da una situazione così tragica?
Ancora una volta le relazioni interpersonali (che siano fondate su una conoscenza fugace o di lunga data) divengono origine di moventi violenti, a causa di difetti comunicativi o di sottostanti psicopatologie pronte a slatentizzarsi.
Sono molti i nodi e gli interrogativi che, oltre all'esame medico-legale, anche la cosiddetta "autopsia psicolgica" sulla vittima ha contribuito almeno in parte a sciogliere, chiarendo le circostanze oscure della vicenda attraverso la ricostruzione di un profilo psico-comportamentale della ragazza. Chi era Federica? Quali tipi di persone frequentava e di chi abitualmente si fidava? Era una ragazza serena o solo apparentemente? Cosa cercava? Il ritrovamento del corpo della ragazza nudo, oltre a configurare un reato di particolare gravità, ha contribuito a intensificare il dolore e lo sconforto dei familiari e amici più stretti della vittima.
Dopo la conferma della colpevolezza del giovane uruguayano seguita al suo racconto, possiamo senz'altro interpretare tale gesto come un "crimine d'impeto", favorito dalla mancanza di lucidità dell'aggressore a causa dell'effetto disinibitorio di sostanze e alcol e scatenato dal rifiuto della ragazza di dare seguito a quel bacio "strappatole" poco prima al bar, evidentemente frainteso da quel giovane così rozzo e diverso da lei. Vedi foto e articolo

